Sogno


Sto scrivendo. Sono seduto, dentro ad una enorme cupola di vetro. Da solo. In lontananza, la vedo.  E’ in alto, su dei corridoi sopraelevati,  esterni. Mi saluta. Ha in mano un foglio. Lo agita come fosse un segnale. Corre. Via.

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Exxp. for


Nell’ordine. Mai vista prima di allora. Allora quando? Allora tempo fa. Stasera è allora. Allora è un tempo che fu. Un presente che non accade. Accadrà di incrociare la sua strada. La incrociai allora. Si. Deciso. Allorquando la incrocerò. Mai. Evito accuratamente l’allora preciso. Cambio strada. Giro intorno alle sue orme. Futuro decisamente. Cadenza di voce. Cambio allora. Spremo dalla gola. Zitti zitti. Andrò dove và. Se deve essere fatto. Allora. Sarà fatto. No. Che ci faccio. Allora deve venire più tardi. Duro allenamento. Mi manca il fiato. Ballato una sola estate. Brandeburghese. Mi posso salvare. A corsa. Al più presto. Ti chiamo io. Allora fu. Impossibile. Cembalo. Scusa. Deve ancora arrivare. Mollare mai. Un giorno attraverso i morti. Riflessi tutti nel mio specchio. Messaggi a cui non rispondere. Destinatario sbagliato. Attualmente disperso. Stessa voce. Stesso sole. Suite. La musica copre tutto. Scena vuota. Soltanto uno. A nudo. L’autore. Metà scrive. Metà cancella. Conserva. Per l’allora. Sai?

Grand prix


Ho partecipato alle finali del 13° concorso nazionale per schizofrenici derealizzati ambivalenti…


Sono arrivato soltanto terzo. Prima e seconda, una donna…


Il Sig. Guido** ( soluzione finale)


Allora ho deciso. Andarsene da quel condominio mi è sembrato la cosa più indolore. Niente risse, casini, cause.


“AFFITTASI APPARTAMENTI IN RESIDENCE DI RECENTE COSTRUZIONE, ACCESSORIATI (aria cond., garage, piscina uso comune).”



Sapevo di quel residence da un mio cliente che ne aveva curato gli arredi:


“Andrea, se ti dovessi trasferire, prendilo in considerazione. Sono veramente ben fatti, pieni di comfort e la proprietaria è una ragazza giovane e in gamba.”


Mi annoto il telefono e il giorno dopo chiamo.


La signora è veramente gentile. Mi dà appuntamento il pomeriggio:


“Buonasera, ci ha trovato facilmente?”


“Buonasera. Si, grazie.”


“Allora venga, facciamo due passi e le mostro quello che ho disponibile. Me ne sono rimasti solo due.” La seguo e lei, camminando, mi mostra la piscina, il giardino.


“Eccoci qua. Le faccio vedere questo, prima, è leggermente più grande. Ha un piccolo vano in più. Adatto per lo studio o per una cameretta.”


Mi piace. Tutto così nuovo. Mentre lo guardo, provo già un senso di libertà. Piano terra. Niente scale, ascensori, pianerottoli, vicini curiosi…


Il prezzo è in linea con quello che già pagavo, quindi accetto e lascio l’acconto. Meno prestigio, periferia, ma tranquillo.


Il giorno dopo avverto subito l’amministratore che avrei lasciato l’appartamento. Sembra sollevato. Mi agevola, retrodatando la data della recessione del contratto, di qualche giorno: “Le faccio risparmiare una settimana di affitto, contento no?” Ringrazio.


La settimana dopo sono pronto al trasloco.Ho pensato di andarlo a salutare, il Sig. Guido, con la scusa di avvertirlo di qualche rumore di troppo, ma meglio così. Dimentichiamoci.


Tutto organizzato alla perfezione. Imballato libri, Cd, abiti. La compagnia che chiamo è sempre la stessa, sono molto affidabili. Li porto sempre a pranzo, quel giorno. Mi piace sedermi con loro. Mangiare pesante come fanno, ridere alle battute che si scambiano:


“Mangia, che stamani un ‘tu ce la facevi nemmeno a alzare ‘i cuscino dì divano. Un ‘tu tromberai mica troppo? Un ci crede nessuno!!”


“Mandami la ‘tu moglie, vai…! E giù risate.


Nel primo pomeriggio hanno già trasferito tutto nel nuovo appartamento. I montatori stanno terminando di assemblare la cucina. Si affaccia la proprietaria:


“Che velocità, accidenti!”


“Ciao, Luisa.” La raggiungo sulla porta di ingresso. Ci diamo del tu.


“Visto che roba? Ci ho messo di più a imballare tutto che a traslocare. Comunque il più è fatto.”


“Bene. Ma nessuno ti aiuta a rimettere in ordine?


“No, i libri li sballo io. Fatto quello, resta poco.”


“Anche te irrimediabile single eh?”


“Io, si. Tu, piuttosto, pensavo fossi sposata.”


“Lo sono stata. E’ stato breve, anni fa.”


“Ah! Scusami non volevo…”


“Niente, niente, Andrea. Storia corta, storia sbagliata. Per fortuna ho avuto l’aiuto dei miei, specialmente di mio padre.”


” I genitori ci sono sempre, quando servono. Anche quando non servono.” Aggiungo.


“Mi hanno aiutata molto. Anche tutto questo lo devo a loro. Mio padre fu molto lungimirante ad investire in questa zona. Pensa, tutta la liquidazione, più un mutuo trentennale. Ma ora, cinque anni dopo, posso dire che aveva visto giusto. Anche con gli affitti onesti che pratico, posso far fronte a tutto. Ho anche restituito un po’ di soldi ai miei.”


“Una donna fortunata, insomma.”


“Diciamo di si. Ti lascio al tuo trasloco. Dimenticavo, prova le utenze; dovrebbe funzionare tutto, ma controlla. E domani fammi sapere. Ciao.”


“Ciao e grazie.”


E’ passata un’altra settimana e provo sensazioni nuove. Arrivo a casa fischiettando, parcheggio l’auto senza problemi. Quando sono all’ingresso, ogni tanto, mi volto di scatto, guardando se nessuno mi controlla. Libero. Sono uno qualunque, nessuno si cura di me.


Oggi prima riunione di condominio. Non è una riunione canonica. Luisa mi dice che ogni mese si riuniscono per sapere se ci sono piccoli interventi da fare, guasti, richieste. Essendo tutti affittuari, non deliberiamo niente, è un modo, dice Luisa, di conoscersi.


Ci troviamo nella piccola sala dietro la reception, che è, poi la casa dove Luisa abita. Una villetta che guarda il residence, quasi a proteggerlo.


“Grazie a tutti, di essere intervenuti.” Dice Luisa.


“Oggi è una riunione particolare per me. Devo darvi una notizia.”


“Ci abbassi l’affitto? Troppo buona!”


“No, Luciano. Prossima volta.” Risponde, ridendo Luisa.


“Voi sapete, che devo questo residence alla mia famiglia. E’ grazie a loro che questa attività è iniziata. Ci hanno creduto e mi hanno convinto. Specialmente il mio caro papà.”


“Dai, non ci tenere sulle spine.” Il solito Luciano, il più anziano degli inquilini.


Io sono seduto in prima fila, abbastanza distratto.


” Allora ve lo dico. Dopo tanto insistere, finalmente, i miei genitori hanno accettato di trasferirsi qua. Vivranno con me, ho un sacco di spazio e bisogno di aiuto. E il mio papà mi aiuterà nella gestione e nella manutenzione. E’ un uomo molto preciso. Avrete una persona in più a disposizione.”


“Che dite ve lo presento? La mamma sta ancora finendo di imballare le ultime cose, la conoscerete nei prossimi giorni.”


“Papaaà, dai vieni su. Non fare il timido, entra che ti presento a tutti.”


Tutti si girano. Mi giro anche io. Dalla porta laterale della saletta, entra un signore. Sono leggermente in controluce, ma credo di conoscerlo. Appena parla, i pochi dubbi, scompaiono:


“Buonasera a tutti. Mia figlia Luisa ha tanto insistito. Mi ha detto: dai papà, insegnami a fare la proprietaria. Come rifiutare?”


E’ il Sig. Guido.


Mano a mano che si avvicina, salutando gli inquilini come un piccolo boss di provincia, sento la mia faccia sbiancare.


Arriva a me.


“Caro Andrea, ci ritroviamo. Non ci eravamo salutati.”


“Non volevo disturbarla, ma sarei…, avrei voluto…” Balbetto.


“Certo, certo…” Taglia corto, lui.


Cerco di ricompormi e gli chiedo:


“Insomma vi trasferite; e l’appartamento in città? Venduto?”


Il Sig. Guido si volta lentamente, mi squadra. Come un tempo:


“Andrea, io non vendo niente. Io compro. Buona serata e, mi raccomando, puntuale con l’affitto.”


(**prima parte nel post del 2/04/04)

 Parola


Mi basta una sua parola…


qualche segretuccio svelato, piccole abitudini…


fare il condivisore


poi dice: “Vado”, e sparisce…


 


 

Tutto qua


Sei egoista…


Dove sei…?


Che hai…?


Fammi ridere…!


Mi sei mancato…!


Non mi stressare…!


Non sei più quello/a dei primi tempi…


Non facciamo progetti…


Che noia…!


Sorprendimi…!


Non parliamo mai…


Sei un bambino…!


A dopo/1…


A dopo/2…


Bene…/1


Bene…/2

Pietà


La stazione, subito dopo le 8 di sera, era deserta. I pendolari l’avevano svuotata. Tutti a casa. Un uomo scese dall’ultimo treno della sessione serale. Insieme a lui, poche persone. Si infilarono nel sottopassaggio a passi svelti, solo lui non aveva fretta.


All’uscita del sottopasso, lo avevano già seminato. Era rimasto solo. Lui, le scritte sulle pareti, i neon lampeggianti. Sentì una voce alle sue spalle:


“Scommetto che non la aspetta nessuno a casa.” Si voltò appena, tanto da vedere due uomini appoggiati alle estremità del tunnel. Cercò di camminare più svelto. Sentì la corsa dei due uomini. Le frequenze dei passi degli inseguitori erano veloci quanto le sue pulsazioni, Provò a voltarsi di nuovo. Erano già su di lui.


Uno, il più grosso, lo spintonò, facendolo sbattere sulle pareti del tunnel. Il passamano in ferro, all’altezza della schiena fece il resto. Restò senza fiato. Il più piccolo, tirò fuori dal giaccone di pelle un distintivo:


“Polizia ferroviaria, stronzo.” disse l’uomo.


“…Cazzo scappi?” Strattonandolo per la manica del cappotto.


“Scusate, pensavo aveste brutte intenzioni… io…” Uno schiaffo gli fece volare gli occhiali. Da miope, vide l’uomo più grande che si ricomponeva, come un golfista dopo uno swing.


Cercò a tentoni gli occhiali. Una lente rotta, ma ancora nella montatura.


“Non dica una parola, altrimenti il mio collega diventa più nervoso che mai. Venga, andiamo in ufficio. Lei ci deve delle spiegazioni. “Lo ammanettarono, e lo presero sottobraccio. Aveva la guancia arrossata e l’orecchio destro dolorante.


“Entri e si sieda.” disse il più basso.


“Ma… cosa ho fatto?” disse l’uomo.


“Niente, non si preoccupi. E’ che a noi non piace vedere gente in giro nella nostra stazione, dopo una certa ora.”


“E c’ incazziamo. Di brutto.” fece l’uomo alto.


“Ma scusat…” Altro schiaffo devastante. Occhiali in pezzi, questa volta e orecchio sinistro che inizia a sanguinare.


“Non devi parlare, cazzo, se non te lo chiediamo, pezzodimmerda.” disse il basso, dando un calcio alla sedia dove era seduto l’uomo. Una gamba della sedia si ruppe, l’uomo scivolò e si ritrovò in ginocchio davanti al più basso.


“Aah…! Lo sospettavo. Era per questo che camminavi a rilento. Cercavi qualche frocio come te, per finire la serata. Cosa vuoi fare? Succhiarmelo? Che cesso d’uomo!”


L’uomo alzò lo sguardo, stupito. Stava aprendo bocca per parlare, quando gli arrivò una ginocchiata sotto il mento che quasi lo alzò da terra. Sentì incrinarsi qualcosa. Ossa. Denti.


“Ti voglio aiutare, guarda. Ti faccio spaccare tutti i denti dal mio collega, così sarai molto ricercato. Un succhia-succhia perfetto.”


L’uomo era seduto sul bordo della scrivania e cercava di tamponarsi il sangue che gli usciva dalla bocca, sfregando il viso sul bavero del cappotto. Era ancora cosciente. Aveva il volto deformato dalla ginocchiata e dalla paura.


“Dai, dai. Non voglio mica passare tutta la serata con questa checca. Tra poco arrivano le puttane. Dai.”


L’uomo alto non si fece pregare. Prese lo sfollagente, appeso alla cintura e assestò un colpo al ventre dell’uomo. Sputò sangue in terra e sui suoi stivali: ” Questo non dovevi farlo”, disse. Gli tirò due colpi tremendi: uno nella schiena, in basso dove era già dolorante per il passamano del sottopassaggio, e uno in testa, dietro, dicendo: “ti faccio diventare un ritardato, dalle botte. Chi lo vorrà più un mentecatto? pure frocio… poi!”


L’uomo era crollato. A faccia in giù. Aveva degli spasmi. Contorceva i piedi. Quello alto lo girò. L’uomo più basso, guardava, fumando una sigaretta.


Il piu alto, sogghignando disse: “finisco il lavoro, capo? Il basso fece un cenno con la testa. Annuì.


Quello alto, prese per i capelli l’uomo. Gli tiro sù la testa. Tenendolo, gli sparò tre randellate con lo sfollagente in piena faccia, sugli occhi, sulla bocca. Ghignava, come se provasse un qualcosa di erotico. La faccia dell’uomo esplose. I denti davanti saltarono come gusci di noce. Il naso rientrò in dentro, piegandosi su di un lato.


Quello alto, stava per menare un altro fendente, quando il piccolo disse: “Basta così dai, buono, ora.”


Ripose il manganello, pulendolo prima sul cappotto dell’uomo e, così, come si getta una carta, mollò la presa dai capelli dell’uomo. Che scivolò a terra, senza emettere un gemito.


“Mano pesante, stasera eh?” disse il più basso.


“Mi girano…, stasera…” rispose il più alto.


“Vediamo come si chiama lo stronzo. Vediamo se è lui.” Prese il portafoglio e guardo i documenti.


“CAAAZZZOOO!” Chi cazzo è questo? Carlo Rossi? Merda! Guarda. E’ una specie di poliziotto!


Il basso prese i documenti, li guardò: ” Che cazzo dici, non sai leggere? E’ un’ ufficiale giudiziario, ma non è lui. Quel coglione di marocchino aveva detto che si chiamava Renato Preziosi e faceva il rappresentante. Quel finocchio…


“Un ufficiale giudiziario? Che cazzo vuol dire?” urlò quello alto.


“E uno di quelli che fanno gli sfratti, che pignorano i mobili a chi non paga.” Disse il basso


“Allora è una merda anche questo. Ma che cazzo facciamo? Respira ancora, se si riprende e ci denuncia…ci ha visto in faccia!”


“Una volta tanto hai ragione. Che ore sono?


“Nove e trenta.”


“Dai mettitelo sulle spalle, ti aiuto.”


” Che vuoi fare?”


“Ora vedrai. Portiamolo sul quarto binario.”


Si avviarono, sotto le luci fioche della stazione, verso il quarto binario, quello degli intercity. Lo depositarono sui binari, al buio, trecento metri prima della stazione, prima degli scambi. L’uomo respirava a fatica, semi svenuto.


“Dai, piazzalo lì, questo stronzo. Alle dieci meno un quarto passa il treno per Milano. Non rallenta mai.”


“Grande, capo! Sembrerà un incidente, un suicidio del cazzo!” disse quello alto.


“Si, mi vedo già i titoli dei giornali di domani: trovati i resti del suicida. Mistero sui motivi!”


“Mistero?” disse il basso quasi sorridente: “Mistero un cazzo. Faceva l’ufficiale giudiziario, chi può desiderare di vivere facendo un lavoro così? Ahahah!”


“Lasciamolo qua. Andiamo, tra poco arriva il treno e alle dieci le puttane. L’hai talmente conciato male che gli facciamo un favore, allo stronzo. Non siamo mica assassini noi. Noi abbiamo pietà“. Disse il basso, andandosene.


“Hai ragione, capo, come sempre, pietà… noi…” disse quello alto.

Effetti COLLATERALi


Collateral di Michael Mann è una esperienza di visual-art. Fotografia notturna ipertrofica. Digitale ad alta definizione sgranato come un bianconero d’epoca. Primi piani alla minima distanza di messa a fuoco. Tempi dei dialoghi dettati dal grandangolo che non stacca mai dai volti dei personaggi, ma mostra, alternando i piani di messa a fuoco, la scena totale. Los Angeles che inghiotte tutti, ma lascia, ancora, che un coyote giri per le sue strade. Attori bravissimi, ma che nulla possono contro le vere star di questo film: il regista e la città degli angeli.

 

Economymac


“ Che culo! Non c’è nessuno oggi.”


“Aspetta. Altri venti minuti e si riempie. E’ il primo in città.”


“Sbrighiamoci.”


Da quando Economymac ha aperto, abbiamo risolto il problema della pausa pranzo. Io e il mio compagno di lavoro, cercavamo, sempre, un posto dove mangiare veloce, spendendo poco. Dieci pasti, dieci Euro.


Eccoci qua.


Hanno fatto veramente in fretta. Due mesi fa non c’era niente. Solamente un parcheggio. Un box grande quanto un supermercato, completamente prefabbricato. Poche finestre, due porte. Un’insegna.


Entriamo, andando verso la cassa. Solo una, con un operatore, cinese. Consegnamo la badge personale, con il menu prefissato:


“Il solito, Signore? Caffè, dolce?”


“No”, rispondo. “Basta così.”


Striscia la tessera e mi dice:


“Postazione 1, prego.”


Percorro il corridoio ed entro in cabina di ricezione.


Una voce registrata: “Bentornato da noi, Sig. Morelli.”


“Indossi la maschera, prego.”


Pausa.


“Ora la agganci agli inalatori, prego”


Pausa.


“Ora ingerisca la pastiglia ricettiva, prego.”


Pausa.


“Attenda, prego.”


Pausa.


“Trasmissione pasto in corso”


Pausa.


“Trasmissione completata”


Pausa.


“Sganci gli inalatori e tolga la maschera.”


Pausa.


“Grazie e arrivederci, Sig. Morelli.”


Mi alzo, sazio.


Il mio compagno ha finito prima di me.


“Muoviti, sei lento, cazzo…!”


“Come era?”


“Al solito. Più senape, però. Te?”


“Al solito, anche il mio. Il menù Light è meno saporito. Devo dimagrire.”