Vittoria!


Mi hanno appena comunicato di non essere più uno tra i pochi, ma uno tra i tanti. Anche questa è fatta…


Whath are you doing, after the orgy?


Con te si, ma non si può…



Non si può con te, si ma…


Con te si può, ma non… si…


Si può non… ma si, con te…


Non con te, ma si può… si.

Sogno/2



Una festa notturna, all’aperto. Il luogo: un’ anfiteatro, circondato da antiche rovine. Musica assordante, gente che balla sul palco. In alto, oltre le scalinate, la postazione del dj. E’ una donna, indossa un abito nero, corto, senza maniche. Vicino a lei, alcune persone che la osservano, quasi a proteggerla. Salgo le scale, mi avvicino. Non la vedo in volto, le cuffie le spostano i capelli sul viso, sugli occhi. Tiene la testa bassa, incurvata verso la sorgente della musica. Troppa gente intorno, scendo verso il palco. A lato, vedo dei portici, filtrati da luci basse. Mi incammino, incuriosito dai giochi dei fari.



Attraverso la luce, il buio, di nuovo la luce. Sento ancora la musica, ma non è la stessa. E’ un quartetto d’archi. Suona in un prato verde che inizia alla fine dei portici.



E’ giorno. Mi avvicino, hanno smesso di suonare, stanno riponendo gli strumenti.



Il violoncellista, un bel vecchio, dai capelli argentati mi dice: ” Troppo tardi. Abbiamo suonato poco. Non c’era nessuno.”



Cammino sul prato.

Complotto


Sono stato irrimediabilmente frainteso. Hanno scambiato la cortesia per corteggiamento, l’amicizia per passione, l’assenza per tradimento…


Sono mica uno facile, io…


Scrittori


Da ventenne, più o meno, ho letto alcuni libri di uno scrittore, nato in Polonia, ma naturalizzato statunitense: Jerzy Kosinski. Ne ho ritrovati alcuni, e mi sono messo a rileggerli.


Una vita strana la sua, piena di misteri. Nato in Polonia, ed emigrato negli States in età adulta, ebreo, cresciuto in una famiglia non sua per salvarsi dalle persecuzioni razziali, Kosinski non ha parlato fino agli 11 anni. Fino a quella età non ha proferito parola, come racconta nel libro “L’uccello dipinto”. Uno scrittore senza lingua madre, insomma. In America è diventato famosissimo, anche per i suoi rapporti con il mondo del cinema e del jet-set. Fotografo e sceneggiatore. E’ l’autore di “Presenze” da cui è tratto il film “Oltre il giardino” con Peter Sellers, de “L’Albero del diavolo, “Abitacolo” e “Passi”. Ha vinto un National Book Award. Soltanto lui e Singer lo hanno vinto senza essere di madrelingua. La sua è una scrittura molto fredda, cattiva, ma semplice.


Si è suicidato a 58 anni, in circostanze strane. Sulla sua opera dopo la morte sono circolate voci di vario tipo. Qualcuno, addirittura, ha pensato che il suicidio fosse un’espediente per accrescere la propria fama, altri che non fosse in grado di scrivere in inglese e che le sue idee fossero scritte da altri. Che non sapesse tradurre, insomma, i suoi pensieri in una lingua letterariamente non sua. Altri che fosse una specie di spia. I suoi libri sono geniali e perfidi. Mi piace come allora.

Realtà romanzesca


Arrivo sotto casa di Ale. Spengo il motore, scendo, suono il campanello. Si affaccia. Mi saluta. E’ domenica mattina: due chiacchere, caffè, giornale. Impressioni sulla settimana trascorsa: letture, film visti, lavoro. Ci influenziamo e consigliamo a vicenda.


E’ una bella giornata, fa caldo. Facciamo due passi a piedi. Passa un’auto. L’uomo che la guida lo conosciamo. E’ Piero. Non lo vediamo da mesi. Gli faccio un cenno. Accosta, senza scendere. Ci avviciniamo:


“Lo riconosci questo tipo?” dico ad Ale.


“Lui si, la macchina no.” Risponde, gelido. Piero fa finta di niente. Saluta a mezzavoce:


“Ciao Andrea… Ale…”


Sul sedile accanto, c’è un bambino, imbragato nel seggiolino.


“Finalmente riesco a vedere tuo figlio o figlia! Non so nemmeno se è maschio o femmina. Anzi nemmeno ti sei degnato di farci sapere quando è nato. Anche Cristina ci è rimasta male. Dimenticati i vecchi amici eh?” Dico.


“E’ un maschio, è nato ad Agosto.” Risponde Piero. “Ma te lo avevo detto no? Come non te lo avevo detto? Sicuro?” Arranca.


“Sicuro, Piero. L’ultima volta che ci siamo visti, al tennis, mi hai detto che saresti diventato babbo. Un anno fa circa.”


“Ma dai… io…”


“Anzi ora che ricordo ci dovevi invitare a cena. Tutte le volte che eri da noi dicevi: appena metto su casa… sono passati due anni…!” Abbozzo un sorriso.


“Ha fatto i soldi, Andrea. Macchina nuova, un figlio addirittura… Roba da ricchi…!” esclama Ale da dietro l’auto.


“Dai, dai.. facci vedere il bambino…” dico, aprendo la portiera.


E’ molto bello, ha tre mesi. Federico. Lo guardiamo, gli tocchiamo le mani, minuscole. Mi afferra il dito, lo stringe. Sembriamo due fessi, io ed Ale, a guardare questo piccolo accanto ad un amico che ci ha dimenticati. Ci sorride, sbadiglia:


“Che sonno! Vai, vai se devi…” dico a Piero.


“Ciao, stammi bene e saluta la signora.” Dico.


“Ciao, congratulazioni.” Dice Ale.


“Si, vado, ciao ragazzi”. Risponde Piero.


Ci guardiamo in faccia, io e Ale. Pensiamo la stessa cosa, ne abbiamo parlato altre volte. Eravamo amici di riporto.


Io ero quello del tennis e dei sabati “pizza e cinema”, lui quello dei viaggi e delle donne. Poi non siamo più serviti.


Avvistamenti


Dai, dai… Non fare storie. Racconta.


Non c’è molto da dire. E’ successo e basta.


Non mi frega. Sei entrato in argomento e ora racconti.


Ti ho solo detto che l’ ho vista.


Conoscendoti, sono sicuro che l’ hai seguita!


…In effetti ho fatto il giro dell’isolato due volte…


Ma eri in auto?


Si. Lei usciva dall’ ufficio.


Ti sei fermato?


Si. Le ho parcheggiato accanto.


Grande! Tempismo perfetto!


Mi sono incastrato in un posto minuscolo mentre lei si stava avviando alla sua auto.


La volevo solo guardare. Poi mi sono accorto che veniva verso di me.


Si è fermata. Ha frugato nella borsa per cercare le chiavi.


Sei sceso?


No, sono rimasto immobile. Seduto.


Quando è arrivata davanti al parcheggio, ha capito che non poteva salire. Le auto erano troppo vicine.


E’ stato lì che mi ha parlato.


Allora?


Mi ha bussato sul finestrino, l’ ho abbassato:


Scusi, non riesco a salire, mi ha parcheggiato troppo vicino.


Mi sposto subito. Stavo andando.


Grazie.


Si, ma poi?


Poi cosa…? E’ salita in auto ed è uscita dal parcheggio.


Ma non le hai detto niente?


Io? No… ma lei…


Lei?


Mi ha fatto un cenno con la mano, prima di partire…





Sogno


Sto scrivendo. Sono seduto, dentro ad una enorme cupola di vetro. Da solo. In lontananza, la vedo.  E’ in alto, su dei corridoi sopraelevati,  esterni. Mi saluta. Ha in mano un foglio. Lo agita come fosse un segnale. Corre. Via.


Exxp. for


Nell’ordine. Mai vista prima di allora. Allora quando? Allora tempo fa. Stasera è allora. Allora è un tempo che fu. Un presente che non accade. Accadrà di incrociare la sua strada. La incrociai allora. Si. Deciso. Allorquando la incrocerò. Mai. Evito accuratamente l’allora preciso. Cambio strada. Giro intorno alle sue orme. Futuro decisamente. Cadenza di voce. Cambio allora. Spremo dalla gola. Zitti zitti. Andrò dove và. Se deve essere fatto. Allora. Sarà fatto. No. Che ci faccio. Allora deve venire più tardi. Duro allenamento. Mi manca il fiato. Ballato una sola estate. Brandeburghese. Mi posso salvare. A corsa. Al più presto. Ti chiamo io. Allora fu. Impossibile. Cembalo. Scusa. Deve ancora arrivare. Mollare mai. Un giorno attraverso i morti. Riflessi tutti nel mio specchio. Messaggi a cui non rispondere. Destinatario sbagliato. Attualmente disperso. Stessa voce. Stesso sole. Suite. La musica copre tutto. Scena vuota. Soltanto uno. A nudo. L’autore. Metà scrive. Metà cancella. Conserva. Per l’allora. Sai?