A piedi

Camminare per Firenze di sabato, osservando la gente indignata per il caldo atroce, mi piace. Facce devastate che ti guardano cercando un'occhiata complice che li faccia sentire ancor più indignati ma non soli. Sono gli stessi che a giugno, quando pioveva sempre e faceva freddo come a marzo, imploravano l'arrivo dell'estate. Tutti si indignano per tutto da queste parti, ma nessuno fa niente. Io mi salvo con lo shopping. In questa arte che pochi conoscono e in cui tutti credono di essere maestri, il momento decisivo è l'entrata. Varcata la soglia del negozio si sente una botta allo sterno provocata dal gelo dell'aria condizionata. Quello è un buon negozio. Se poi non arriva subito il commesso a chiederti: "posso aiutarla?" allora è perfetto. Li si deve spendere. Peccato che ormai le vecchie botteghe fiorentine, che fossero di abiti e scarpe fatte con sapienza secolare, di libri con librai gentilissimi e informati o di dischi gestiti da vere bibbie della musica, non esistono più. Ci sono solo negozi di stracci e ciabatte o pessimi ristoranti da turisti per un giorno. Firenze era la città dove avrei voluto abitare. Ora, girovagando per le sue vie deserte e i suoi cartelli "affittasi", vedo solo degrado mischiato a tristezza infinita.

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