Lacrime di Roger

E’ da poco finita la finale degli Australian Open. Ha vinto Rafael Nadal. Dopo le oltre cinque ore della semifinale con Verdasco, lo spagnolo ha corso come nessuno mai su un campo da tennis (neanche Borg) per altre quattro ore e più, vincendo in cinque set la finale contro Roger Federer. Lo svizzero rimpiangerà per molto tempo questa partita e le lacrime in cui si  è sciolto al momento di parlare al pubblico durante la premiazione ne sono la prova nettissima. Primo set perso da 4-2, terzo set con valanghe di palle break non sfruttate, servizio mai così scadente che neanche il nostro Volandri. Lampi di classe che nulla hanno potuto contro lo strapotere fisico  e mentale dello spagnolo. Il quinto set è stato un calvario che l’elvetico, a caccia del record di Sampras nelle vittorie dello Slam, ha cercato di abbreviare in tutti i modi. Non aveva più energie, erano rimaste soltanto le lacrime.

Lezione di piano

…"Solo quando si sanno suonare a tempo i salti della Campanella o le ottave all’inizio dello sviluppo del Concerto in si bemolle di Cajkovskij pensando cosa ordinare per cena, si può passare a occuparsi dell’interpretazione"… ( C. Rosen, Piano notes)

Tre cervi

Mezza collina toscana, tra Prato e Firenze. La sto attraversando in auto per tornare a casa. La nebbia avvolge le cime ricoperte dai boschi. E’ una piccola strada quella che percorro: asfalto nerissimo, steso da pochi mesi e bagnato da una pioggia sottile ma insistente. L’acqua scorre da un bordo all’altro della carreggiata formando piccoli rivoli. Noto un’ombra che si muove nei pressi del bivio che dovrò prendere di lì a pochi metri. Penso a un cane o a qualcuno in bicicletta. Rallento e quasi mi passa davanti. Mi fermo, sono solo, niente auto in giro. Mi affaccio dal finestrino e non credo ai miei occhi. Un cervo si abbevera dell’acqua che scorre sulla strada. Alza appena la testa, poi si rimette a bere dandomi le spalle. Io sono senza parole. Scendo dall’auto, e al lato opposto ne vedo un altro. Sono giovani, forse femmine e stanno lì come se fosse la cosa pù normale del mondo. Sono tornato indietro nel tempo o troppo avanti, magari? Cosa ci fanno due cervi ai bordi di una strada di collina che solo pochi conoscono e usano come scorciatoia quando le autostrade sono intasate o anche solo per rilassarsi e godersi il paesaggio?  I cervi nel Chianti sono effettivamente troppo anche come relax. Non passano altre macchine e io non riesco a ripartire. Dal pendio dove sbuca la strada che dovrei prendere per scendere in pianura,  ne arriva un terzo. Questo è più anziano, credo, visto che dalla sua testa sbucano quelle protuberanze chiamate palchi. Il cervo non ha corna ma palchi avvolti di un tessuto vellutato che cresce col passare degli anni. Arrivato al bordo della strada si ferma e si mette a leccare l’acqua sull’asfalto. Anche lui. Vedo dei fari in lontananza. Tento inutilmente di fare una foto col telefono e mi sento molto, ma molto stupido. Non mi degnano di uno sguardo, e appena risalito in auto, li vedo dirigersi verso gli ulivi che costeggiano la collina. Nel poco tempo con quei tre cervi mi sono sentito di troppo. Era come se avessi invaso uno spazio e un luogo in cui tutto era tornato come era un tempo. E come dovrebbe essere di nuovo, in futuro.

Cari Auguri

A tutti quelli che passano da qua per sbaglio o per scelta auguro un fantastico 2009. Fate i bravi e non deludetemi. Che a quello ci penso io…

Uscire di scena a Natale

 Spooner: "… No. Sei in terra di nessuno. Che non si muove, non cambia, non invecchia, ma che resta per sempre gelida e muta…"

Hirst: "A questo io brindo."  (Terra di nessuno di Harold Pinter)

All(i)evi di stato

Il concerto natalizio tenuto dal "giovane pianista di fama internazionale" nell’aula del Senato era per profondità, passione e autorevolezza in perfetta sintonia con gli uomini politici presenti all’evento.

 

Il senso profondo dello sciopero


Venerdì mattina, una brutta mattina. Clienti depressi da loro stessi e dal loro lavoro, strade intasate per colpa di un incidente sull’autostrada A1. Il tratto da Firenze nord a Firenze sud è una coda continua. Da un lato le auto ferme per l’incidente, dall’altro i guardoni che pensando: “ poveracci…” rallentano e formano un’altra coda. A fatica devio per Prato. Esco alla prima uscita per andare a pranzo in un centro commerciale enorme che contiene anche diversi ristoranti. Devo perdere un po’ di tempo fino al mio primo appuntamento del pomeriggio alle 15 e, penso, mi farò un giro per esplorare le nuovo frontiere del giocattolo moderno: le mie nipotine Martina e Beatrice non ammettono di essere deluse da Zioandrea. Mi chiamano così, tutto attaccato come un supereroe. Appena imbocco lo svincolo che mi porta al parcheggio del centro noto che i settori estremi, di solito vuoti nei giorni di lavoro, traboccano di auto. Strano, penso. Ascolto la radio. Il radiogiornale parla di uno sciopero indetto dal sindacato contro il governo. Me ne ero quasi dimenticato. Purtroppo il libero professionista non può che scioperare contro se stesso e non è proprio il massimo della lotta di classe auotolimitare i propri e già pochi guadagni. Vengo da una famiglia di operai e ricordo la passione e il coinvolgimento che mio padre e mia madre mettevano quando si trattava di lottare per migliorare i diritti di tanti. E ricordo anche le estenuanti trattative e i tentativi di evitarlo in tutti i modi, lo sciopero. “ Non serve a nessuno”, diceva mio padre, “ma arrivati a questi punti, non resta altro”. E parlava di situazioni in cui era lo stipendio e quindi il sostentamento stesso della famiglia in pericolo. Ripensando ai suoi racconti di quei giorni, riesco finalmente a raggiungere il parcheggio. Appena sceso dall’auto vengo trasportato da una fiumana di gente, verso l’ingresso del centro. L’edicola all’ingresso in cui riesco a rifugiarmi è presidiata dal solito caustico giornalaio:

“ Hai fatto sciopero anche te…? visto che bolgia? Meno male che c’è la crisi…”

“Niente sciopero caro,” rispondo, “solo un pranzo veloce e il giornale, grazie”

“Magari ce l’avessi… hanno finito tutto, mi è rimasta solo La Nazione”

“Allora mangio e basta, spero…ciao…”

Mi avvio alla scala mobile che porta al piano superiore, dove sono i ristoranti. Il centro è veramente pieno di gente. Famiglie intere con il padre vestito con pseudotuta sportiva attaccato al carrello, e mamma agghindata come fosse l’ultimo dell’anno che insegue i figli vestiti come dei rapper del Bronx.

Arrivato nei pressi del self-service dove di solito mangio, mi colpisce una faccia che sembra conosciuta. Lo guardo mentre lui si guarda intorno, svagato. Lo conosco: è il cassiere di una banca che mi annoverava tra i suoi peggiori correntisti. Una banca troppo grande per le mie modeste esigenze, da cui ero migrato verso una più umana e piccola banchina di provincia. Sembra appena alzato, capelli arruffati, una improbabile felpa rossa con la scritta ITALIA, pantaloni grigi felpati e scarpe da fintotrekking. Vicino a lui e al carrello su cui si appoggia stancamente c’è un bambino, il figlio credo, vestito esattamente come lui, tranne il colore della felpa con scritto ITALIA, azzurra e un videogame portatile da cui non alza gli occhi.

Devo per forza passare davanti a lui. Appena sorpassato il tipo mi sento chiamare:

“Morelli…! Andrea…!”

Mi volto con aria distratta. Lo guardo facendo finta di non riconoscerlo. In fondo lo avevo sempre visto in giacca e cravatta.

Mi viene incontro: “Andrea, come stai?

“Ciao Francesco… mica ti avevo riconosciuto…, bene… tu come stai?

“ Bene dai…, siamo qui in giro a fare un po’ di spese di Natale, vero Luca? Tocca la spalla del bambino che muove la testa come per dire si ma non mi degna di uno sguardo, né pronuncia una parola.

“Bene…, bene…” dico, “sei in ferie..?”

“No, no… che ferie… oggi è sciopero. Non lo sai?Abbiamo approfittato per venire al centro commerciale. Tanto faceva sciopero anche la scuola di Luca… vero Luca…?

Silenzio.

“Che si fa sciopero anche in banca con tutti i soldi che guadagnate? “ Chiedo ridendo.

“Non è più così. Ci tocca lavorare sempre di più e le sicurezze sono sempre meno… caro Andrea… E te sempre nello stesso settore?… sempre rappresentante?”

“Eh si… per noi niente sciopero…”

“Ma voi avete un sacco di tempo libero… vi gestite il tempo…”

“Già…, insomma…” Mi hanno sempre detto tutti così, che ho un sacco di tempo libero. Non me ne sono mai accorto. Io.

“Allora piacere di averti rivisto” mi fa, “noi continuiamo il giro, dobbiamo ancora comprare qualcosa per Luca. Vuole il nuovo Nintendo…Vero Luca?

Silenzio.

“E io finalmente potrò comprarmi l’iPhone…ora che ho una giornata libera grazie allo sciopero… no…? Devo studiare i piani tariffari, mi ci vorrà un po’ ma stasera me lo porto a casa… cazzo, una soddisfazione ogni tanto… sempre a lavorare…”

“Certo…, certo…”

“Tu ce l’hai l’iPhone, Andrea…?”

“No…, uso il Blackberry… mi è molto utile per il lavoro… “

“Si lo conosco…troppo complicato per me… L’iPhone è più bello dai…”

“Beh… buon proseguimento allora… ciao Francesco. Ciao Luca…

Silenzio.

Si allontanano. Scendono verso Mediaworld. Il ristorante ha la fila fuori. Torno indietro. Mi è quasi passata la fame. Lo sciopero per fare shopping. Neanche Ballard l’avrebbe immaginato.

Me ne vado dal centro commerciale. Andrò a mangiarmi un panino con la salsiccia da qualche paninaio per la strada, di quelli frequentati dagli operai dei cantieri intorno a Prato: albanesi, romeni e qualche marocchino. Gente che avrebbe molto da scioperare, visto che spesso ne muore qualcuno volando dalle impalcature senza protezioni. Ma se scioperano perdono il lavoro, mica vanno a Mediaworld.


The Last Samurai suite ( composed by Hans Zimmer, performed  by Andrea Morelli and your vocal messaging by Blackberry)

Track 1: A way of life

Pronto…?

Track 2: Spectres in the fog

Pronto…?

Track 3: Taken

Chi parla…?

Track 4: A hard teacher

… …

Track 5: To Know my enemy

so chi sei…

Track 6: Idill’s end

parlami…

Track 7: Safe passage

… …

Track 8: Ronin

Prontoo…!?

Track 9: Red warrior

Dillo ancora una volta…

Track 10: The way of the sword

Pronto!

Track 11: a small measure of peace

Grazie…

Fuori Tutto!

La social-mancetta natalizia elargita ai "poveri italiani" è l’ennesima svendita sottocosto di questa nazione.