Ricordi (versione finale)

Per anni ho cercato di guarire. Ho consultato i migliori specialisti, testato nuovi medicinali. Sono inguaribile.

Sembra che la mia malattia, rarissima, colpisca a caso, senza nessuna spiegazione strettamente scientifica.

Non serve sapere se i tuoi genitori ne hanno sofferto, o i tuoi nonni, e nemmeno conoscere che tipo di ambienti frequenti, quale cibo mangi, che lavoro fai. Non parliamo poi di droghe o alcool o comunque di eccessi e cattive abitudini.

La mia malattia colpisce poche persone al mondo e queste poche conducono normali e grigie vite.

Nessuno di noi, affetti da questa strana sindrome, ha avuto vite complicate, nevrotiche, piene di dissolutezze.

In Italia siamo in cinque ad averla, io sono il più giovane, purtroppo.

Negli incontri che facciamo ogni mese, i miei compagni di malattia mi ripetono sempre:

"Tra poco saremo morti, tutti. Toccherà a te soffrire, da solo, senza compagnia".

Sono tutti oltre i settanta anni.

David è un impiegato comunale in pensione, con la passione per l’opera . Ha perso la moglie da qualche anno e vive da solo; ha un figlio che frequenta poco. "Sbaglio di gioventù", lo chiama.

Dario è un fotografo di professione che ancora esercita, poco in verità, molto bravo. Il suo studio fotografico era uno dei migliori della città, molto richiesto per foto di moda. Ha avuto due mogli, molto belle. Vive con la seconda.

Silvana è una ex professoressa di matematica con il vizio del gioco. Ha una famiglia numerosa con figli, nipoti e cani. Mi racconta sempre di come una volta, ha convinto il preside della sua scuola, ad organizzare la gita scolastica annuale a St. Vincent, al casinò…

Mario è un pescatore che ha smesso il giorno in cui dei contrabbandieri gli hanno rubato la barca, facendolo tornare a riva con la scialuppa di salvataggio. E’ stato una notte intera a remare e ha giurato che sarebbe stata l’ultima. La sua barca, anni dopo, è stata ritrovata piena di clandestini vicino alle coste di Brindisi, è stata requisita all’arrivo. Lo hanno cercato, lui non ha mai risposto.

Spesso, ci mettiamo in cerchio, nei nostri incontri e, a turno, iniziamo a raccontare. Alcuni luminari dicono che serva, l’incontrarsi, per alleviare e sentirsi simili a qualcuno. A me non sembra.

Ognuno di noi, racconta tutto quello che ricorda. E’ questa la nostra malattia.

Soffriamo tutti della "Sindrome di Saurau", più comunemente detta "Sindrome di Esaltazione Mnemonica".

E’un incubo che cresce piano. Inizialmente, ti sembra soltanto di essere più sensibile di altri, di avere più ricordi, di essere felice di non dimenticare niente. I momenti, le facce, i film, i più insignificanti dettagli…

Poi diventa difficile da gestire, perché non si può scegliere. Come si dice: "E’ il quotidiano che ti ammazza".

Nel mio caso, e degli altri, è proprio così.

Un continuo flusso di ricordi che riempie la mente e non mi abbandona mai. Il giorno durante il lavoro, sono assalito da quello che ho fatto il giorno prima, dai numeri di telefono che ho composto, dalle persone con cui ho parlato, dai loro vestiti, dai loro tic.

Ogni ricordo esplode in una concatenazione di altri ricordi, sempre.

Noto una persona per strada, la guardo e ricordo che porta un paio di scarpe uguali a quelle di un mio collega, che ieri in ufficio mi ha detto di telefonare ad una mia cliente, molto antipatica che tutte le volte racconta, proprio a me cosa ha visto in televisione la sera prima. Allora mentre lei racconta, mi ricordo che anche io ho visto il film, che è di quel tal regista di cui ho visto anche gli altri film e li ho visti in un cinema dove abita una mia amica con cui ho avuto una storia finita male; mi ricordo quello che ha detto per scaricarmi, il suo sguardo scocciato, le parole che ha pronunciato"Sono guarita da te", che poi sono parole lette su di un libro che le ho regalato, di cui anche io ho una copia perché l’autore è uno dei miei preferiti, comprato il giorno della presentazione alla libreria che frequento di solito, la quale incorpora una caffetteria di cui rammento il menù e in particolare tutti i tipi di dolce, che sono particolarmente apprezzati dalla mia attuale ragazza, che viene spesso a mangiare qua perché lavora in uno studio vicino, studio del quale io ho curato l’arredamento e la disposizione degli uffici, e la cui pianta, non dimentico, anzi la visualizzo immaginandola davanti a me e ricordando i colori dei mobili stanza per stanza, entro in un tunnel mnemonico che mi porta direttamente nel mio guardaroba e alla domanda: "Perché compro soltanto cose di colore grigio?"

Tutto questo mentre la signora non ha ancora finito di raccontarmi la fine del film.

Questo è quello che succede di giorno, sempre.

Di notte la musica cambia, sono diverso dagli altri, io.

Loro la notte dormono e sognano, non ricordando niente. Come se usassero tutta la memoria nel giorno.

Io non sogno, ricordo. Sono una versione evoluta della malattia.

Nel sonno io rivivo interi frammenti di vita passata. Ricordi di infanzia, la scuola, scene familiari, vacanze passate.

Durante un esperimento, ho testato la registrazione cerebrale, tramite sensori digitali collegati ad un computer.

Al mio risveglio, ho potuto notare nello sguardo dei miei medici un certo stupore. Nel "trascritto" della registrazione erano presenti, descritti dettagliatamente, il mio compito degli esami delle medie, i complimenti degli insegnanti a mia madre, le grida dei miei compagni all’uscita dell’ultimo giorno di scuola, la musica che abbiamo ascoltato in auto al ritorno, l’importo della benzina durante il rifornimento alla stazione di servizio vicino alla scuola, i saluti del gestore. Una sceneggiatura perfetta.

Nei ricordi notturni, pur dormendo, rivivo anche le emozioni. Mi ritrovo ogni tanto a ridere fragorosamente di cose divertenti, ma il più delle volte i ricordi sono pessimi compagni.

Nel susseguirsi della catena della memoria, come mi ha spiegato il Dott. Amras, mio medico di fiducia, si innesca un meccanismo sensitivo al contrario. Arrivano per la normale procedura, i ricordi, i quali provocano associazioni ad eventi, cose, episodi che ho vissuto. Sin qua tutto normale. Focalizzato però, dalla mia memoria, l’evento su quale concentrare la forza del ricordo, essa riproduce in seconda battuta, cioè dopo la sensazione fisica, l’emozione.

Per cui, se ricordo un bacio, oltre al gusto, al sapore, riassaporo anche l’emozione che mi ha dato in quel momento. Il bacio è un esempio semplice e positivo, il problema nasce quando la concatenazione arriva ad una esperienza negativa o dolorosa.

Una notte, in casa, tentando di combattere l’insonnia rimettendo a posto alcuni cassetti, ho ritrovato delle vecchie lettere.

Non erano lettere di lavoro, ma lettere d’amore, appassionate e dolorose come non ho mai più scritto. Erano indirizzate ad una mia ex collega di lavoro, di cui mi ero perdutamente innamorato, quasi non ricambiato. Avevamo fatto l’amore, si, ma come quasi sempre succede, per me era stato l’inizio di qualcosa, per lei la fine. Era durata poco e io per esorcizzare il dolore che mi provocava, avevo scritto queste cose, che lei aveva in parte ricevuto e in parte no.

Ecco, rileggendole, la difficoltà maggiore non è stata scacciare i ricordi.

Quelli arrivano e non se ne vanno. Mi avvolgono e mi imprigionano in un film da cui non posso uscire. Entro nel negozio, acquisto un regalo per lei, una sciarpa esattamente, grigia chiaramente, esco, il negozio chiude e la commessa, gentile, mi saluta sorridente. Telefono al ristorante, prenoto per due, la chiamo, lei mi chiede di vedersi subito sotto casa sua, arrivo e appena salita in auto le avvolgo la sciarpa intorno al collo. Lei mi guarda, attraente come al solito, mi dice che è bellissima, con quel suo sguardo imbronciato, esita un attimo, mi bacia sulla guancia, mi uccide con quel suo profumo e mi dice che non verrà a cena con me e che è meglio non rivedersi. Scende dall’auto. Fine. Lacrime. Le mie.

Sono sempre immobile in camera con le lettere in mano, le lacrime scendono come allora, accompagnate da una pietra opprimente che mi sta esattamente tra la base del collo e il cuore e pulsa come se ci fosse qualcuno che picchia per dividerla in due.

Questa è la diversità della mia malattia, dice il Dott. Amras.

David, Dario, Silvana e Mario, nei momenti di riposo, quando non sono circondati da altre persone, "Non sollecitati" dice il dottore, si salvano. Non entrano nella spirale della memoria, degli oggetti, delle situazioni vissute e rivissute per un dettaglio. Loro, al riparo della notte, nelle loro intimità, si sentono al sicuro, protetti, quasi, da quella stessa malattia che li affligge durante il giorno.

Forse che abbia pietà di loro, dopo anni di ininterrotti tormenti, che si sia stabilizzata e calmata con l’età delle vittime che avanza.

Forse, soltanto, che abbia trovato la vittima perfetta, quella a cui non si nega mai un ultimo giro di ricordi e tutte le notti, una nuova pietra da ingoiare.

Io.

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